bertino
nacque nel 1259, a Casale Monferrato.
Si è a conoscenza che avesse un fratello di nome Giovanni
(o Giovannino), che amava teneramente, ed era frate minore.
Entrò anch'egli nell'Ordine francesca-no, all'età
di quattordici anni, come egli stesso ci fa sapere nel "Prologus
I" dell'"Arbor vitae".
Personalità quanto mai complessa e suggestiva, Ubertino
è di gran-de interesse per una variegata serie di studiosi:
coloro che si interessano alla storia francescana dei primordi,
di cui il Nostro avvicina non pochi protagonisti, registrando
fatti e tramandando preziosi documenti; coloro che si interessano
del-la pratica e del concetto della povertà minoritica,
tra il 1200 e il 1300; i ricercatori impegnati nella storia delle
idee (aristotelismo e fede, escatologia), ed infine gli amanti
della spiritualità francescana, che vedono in Ubertino
uno dei mag-giori rappresentanti.
Ubertino ebbe un'esistenza assai movimentata e variegata, di cui
egli stesso fornisce non trascurabili notizie nel "Prologus
I" dell'"Arbor vitae".
Si viene così a sapere che trascorse ben nove anni a Parigi,
per seguire il corso degli studi filosofici e teologici, sebbene
resti incerto il periodo esatto di questo soggiorno parigino.
Per alcuni studiosi esso andrebbe collocato tra il 1273 ed il
1285; per altri ricercatori, invece, tra il 1289 ed il 1298.
In seguito, per quattro anni, dimorò a Firenze, nel convento
di Santa Croce, ricoprendo la carica di lettore, insieme a Pietro
di Giovanni Olivi, esimia figura minoritica (teorico degli "Spirituali"
e capo del movimento in Provenza). Abbandona presto l'insegnamento,
da cui non si sentiva appagato, per darsi alla pre-dicazione,
nella quale riscosse notevole successo, ad esempio presso il popolo
e le autorità di Perugia. Provocò tuttavia la disapprovazione
di papa Benedetto XI e del generale del-l'Ordine. In seguito a
ciò, fu confinato, verso la fine del 1303 o all'inizio
del 1304, sul monte della Verna.
Alla Verna Ubertino, per il suo carattere inquieto e il suo animo
esuberante, sempre esposto a cadute e ripensamenti - gli storici,
sulla scorta delle sue ammissioni, parlano di ben due, tre e forse
ancora più numerose "conversioni" -, riesce faticosamente
a ritrovare serenità ed equilibrio, frequentan-do sia anime
devote, che vivono nelle zone limitrofe al Sa-cro Monte, sia meditando
sulla passione di Cristo che sulla vicenda finale di San Francesco,
il quale lassù ricevette le stimmate. Aiutato in diversi
modi dal guardiano del luogo, dal fratello Giovanni, e da "mulieres
religiosae", dopo molti di-nieghi ed esitazioni, quasi con
furore compose l'"Arbor vitae", una riflessione appassionata
sulla vicenda di Cristo e di Ma-ria, su San Francesco, percepito
come "alter Christus", sulle sorti della cristianità
e della Chiesa, contro il cui reggitore, appena scomparso, Bonifacio
VIII, si scagliò con violenza, credendolo responsabile
della corruzione dilagante.
Ci si servirà di questa sua opera per definire il suo misticismo.
Morto Bonifacio VIII, Ubertino poté lasciare la Verna.
Nel 1307 fa da cappellano al cardinale Napoleone Orsini.
Divenuto or-mai la guida degli "Spirituali", negli anni
1309-1312 partecipò alla cosiddetta "magna disceptatio"
sulla povertà francescana. Si rivelò un campione
per la tenacia e la spietatezza con cui denunciava ri-lassamenti
e abusi nella vita dell'Ordine, per le proposte che avanzava,
per la minaccia di una divisione fra quelli che ai suoi occhi
erano i figli legittimi di San Francesco ("Spirituales")
e gli altri frati minori che egli considerava ormai alla deriva
("Communitas").
Durante il dibattito difese con abilità e passione Pietro
di Giovanni Olivi, spiritualmente suo maestro, dalle accuse che
gli si rivolgevano nell'Ordine e nella Chiesa.
Ubertino da Casale distingueva le due "Chiese" in contrasto.
La Chiesa, secondo le sue teorie, non era più la sposa
intemerata di Cristo; era divenuta un'impudica prostituta: "Jesu
despectus", "Jesus derisus", Jesus falsificatus".
I pontefici dopo Celestino V erano illegittimi. Il suo libro fu
molto studiato dai successivi riformatori, specialmente da San
Bernardino da Siena che ne apprese il culto al nome di JHS (le
tre lettere del nome di Gesù in greco).
L'efficacia dei suoi interventi si può valutare dalla bolla
di Clemente V, la "Exivi de paradiso", la quale, mirando
a riportare la pace nella grande famiglia francescana, accoglieva
non po-che esigenze degli "Spirituali". In un certo
modo essa segnò il trionfo e la sorte di Ubertino, che
essendosi esposto in pri-ma linea nell'infocata polemica, aveva
resa problematica la sua permanenza nell'Ordine. Giovanni XXII,
il quale, nonostan-te tutto lo apprezzava, gli concesse, il 7
ottobre del 1317, di passare ai benedettini, assegnandogli il
monastero di Gembloux (Belgio). Resta incerto, tuttavia, che Ubertino
vi sia mai giunto.
Al di là comunque di questo distacco formale, egli rimase
nell'animo profondamente francescano, come ci viene documentato
dal "Tractatus de altissima paupertate", che risale
a questa fase della sua vita.
L'ultima notizia sicura sul suo conto si trova in un atto di Giovanni
XXII del 1325, che lo ricorda ancora vivo. Dopo questa data se
ne perdono le tracce. Non sembra at-tendibile quanto di lui afferma
Albertino Mussato, che lo vorrebbe a Roma, verso il 1328, accanto
a Lu-dovico il Bavaro. Morì intorno al 1338, dopo aver
dimorato anche presso l'eremo di Greccio, in compagnia del beato
Giovanni da Parma.
La maggior parte degli scritti di Ubertino concernono la povertà
francescana, e furono composti durante la "magna disceptatio"
(1309-1312).
- "Tractatus de usu paupere" o "Super tribus
sceleribus";
- "Sanctitas vostra iniunxit";
- "Rotulus iste";
- "Sanctitati apostolicae" (apologia dell'Olivi);
- "Declaratio, (agosto 1311)";
- "Responsio" (riguarda certi problemi concernenti
la Regola francescana dopo che Giovanni XXII con la "Quia
nonnumquam" del 1322 aveva tolto il divieto di glossarla);
- "Tractatus de altissima paupertate";
- "Arbor vitae crucifixae Iesu".
L' "Arbor vitae" è un'opera singolare per
più motivi. Innanzi tutto per il brevissimo tempo, nove
mesi e forse meno ancora, impiegato nella composizione; poi
perché Ubertino vi gettò come in una fornace tutto
il materiale che aveva a pro-pria disposizione: lezioni, piccoli
trattati, "sermones", preghie-re. E tuttavia, ad onta
della fretta e del materiale eterogeneo, l'opera riuscì
unitaria in forza di una lingua latina sotto cui si vela il
volgare, per lo stile personalissimo, rude e affinato insieme,
per una inventiva che foggia termini ed immagini in continuazione
quanto mai suggestive, e soprattutto in grazia del "pathos"
- ebbrezza e sdegno ad un tempo spinti al massimo grado - che
la pervade da cima a fondo. Il sospiro "Veni, domine Iesu"
posto come sigillo al termine dello scritto è anche la
migliore sintesi di tutta la composizione.
Paolo Rossi
paolo.r@sanfrancescoassisi.org
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