Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

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UBERTINO DA CASALE

UBERTINO DA CASALE

Ubertino nacque nel 1259, a Casale Monferrato.
Si è a conoscenza che avesse un fratello di nome Giovanni (o Giovannino), che amava teneramente, ed era frate minore.
Entrò anch'egli nell'Ordine francesca-no, all'età di quattordici anni, come egli stesso ci fa sapere nel "Prologus I" dell'"Arbor vitae".
Personalità quanto mai complessa e suggestiva, Ubertino è di gran-de interesse per una variegata serie di studiosi: coloro che si interessano alla storia francescana dei primordi, di cui il Nostro avvicina non pochi protagonisti, registrando fatti e tramandando preziosi documenti; coloro che si interessano del-la pratica e del concetto della povertà minoritica, tra il 1200 e il 1300; i ricercatori impegnati nella storia delle idee (aristotelismo e fede, escatologia), ed infine gli amanti della spiritualità francescana, che vedono in Ubertino uno dei mag-giori rappresentanti.
Ubertino ebbe un'esistenza assai movimentata e variegata, di cui egli stesso fornisce non trascurabili notizie nel "Prologus I" dell'"Arbor vitae".
Si viene così a sapere che trascorse ben nove anni a Parigi, per seguire il corso degli studi filosofici e teologici, sebbene resti incerto il periodo esatto di questo soggiorno parigino. Per alcuni studiosi esso andrebbe collocato tra il 1273 ed il 1285; per altri ricercatori, invece, tra il 1289 ed il 1298.
In seguito, per quattro anni, dimorò a Firenze, nel convento di Santa Croce, ricoprendo la carica di lettore, insieme a Pietro di Giovanni Olivi, esimia figura minoritica (teorico degli "Spirituali" e capo del movimento in Provenza). Abbandona presto l'insegnamento, da cui non si sentiva appagato, per darsi alla pre-dicazione, nella quale riscosse notevole successo, ad esempio presso il popolo e le autorità di Perugia. Provocò tuttavia la disapprovazione di papa Benedetto XI e del generale del-l'Ordine. In seguito a ciò, fu confinato, verso la fine del 1303 o all'inizio del 1304, sul monte della Verna.
Alla Verna Ubertino, per il suo carattere inquieto e il suo animo esuberante, sempre esposto a cadute e ripensamenti - gli storici, sulla scorta delle sue ammissioni, parlano di ben due, tre e forse ancora più numerose "conversioni" -, riesce faticosamente a ritrovare serenità ed equilibrio, frequentan-do sia anime devote, che vivono nelle zone limitrofe al Sa-cro Monte, sia meditando sulla passione di Cristo che sulla vicenda finale di San Francesco, il quale lassù ricevette le stimmate. Aiutato in diversi modi dal guardiano del luogo, dal fratello Giovanni, e da "mulieres religiosae", dopo molti di-nieghi ed esitazioni, quasi con furore compose l'"Arbor vitae", una riflessione appassionata sulla vicenda di Cristo e di Ma-ria, su San Francesco, percepito come "alter Christus", sulle sorti della cristianità e della Chiesa, contro il cui reggitore, appena scomparso, Bonifacio VIII, si scagliò con violenza, credendolo responsabile della corruzione dilagante.
Ci si servirà di questa sua opera per definire il suo misticismo.
Morto Bonifacio VIII, Ubertino poté lasciare la Verna.
Nel 1307 fa da cappellano al cardinale Napoleone Orsini.
Divenuto or-mai la guida degli "Spirituali", negli anni 1309-1312 partecipò alla cosiddetta "magna disceptatio" sulla povertà francescana. Si rivelò un campione per la tenacia e la spietatezza con cui denunciava ri-lassamenti e abusi nella vita dell'Ordine, per le proposte che avanzava, per la minaccia di una divisione fra quelli che ai suoi occhi erano i figli legittimi di San Francesco ("Spirituales") e gli altri frati minori che egli considerava ormai alla deriva ("Communitas").
Durante il dibattito difese con abilità e passione Pietro di Giovanni Olivi, spiritualmente suo maestro, dalle accuse che gli si rivolgevano nell'Ordine e nella Chiesa.
Ubertino da Casale distingueva le due "Chiese" in contrasto. La Chiesa, secondo le sue teorie, non era più la sposa intemerata di Cristo; era divenuta un'impudica prostituta: "Jesu despectus", "Jesus derisus", Jesus falsificatus". I pontefici dopo Celestino V erano illegittimi. Il suo libro fu molto studiato dai successivi riformatori, specialmente da San Bernardino da Siena che ne apprese il culto al nome di JHS (le tre lettere del nome di Gesù in greco).
L'efficacia dei suoi interventi si può valutare dalla bolla di Clemente V, la "Exivi de paradiso", la quale, mirando a riportare la pace nella grande famiglia francescana, accoglieva non po-che esigenze degli "Spirituali". In un certo modo essa segnò il trionfo e la sorte di Ubertino, che essendosi esposto in pri-ma linea nell'infocata polemica, aveva resa problematica la sua permanenza nell'Ordine. Giovanni XXII, il quale, nonostan-te tutto lo apprezzava, gli concesse, il 7 ottobre del 1317, di passare ai benedettini, assegnandogli il monastero di Gembloux (Belgio). Resta incerto, tuttavia, che Ubertino vi sia mai giunto.
Al di là comunque di questo distacco formale, egli rimase nell'animo profondamente francescano, come ci viene documentato dal "Tractatus de altissima paupertate", che risale a questa fase della sua vita.
L'ultima notizia sicura sul suo conto si trova in un atto di Giovanni XXII del 1325, che lo ricorda ancora vivo. Dopo questa data se ne perdono le tracce. Non sembra at-tendibile quanto di lui afferma Albertino Mussato, che lo vorrebbe a Roma, verso il 1328, accanto a Lu-dovico il Bavaro. Morì intorno al 1338, dopo aver dimorato anche presso l'eremo di Greccio, in compagnia del beato Giovanni da Parma.

La maggior parte degli scritti di Ubertino concernono la povertà francescana, e furono composti durante la "magna disceptatio" (1309-1312).
- "Tractatus de usu paupere" o "Super tribus sceleribus";
- "Sanctitas vostra iniunxit";
- "Rotulus iste";
- "Sanctitati apostolicae" (apologia dell'Olivi);
- "Declaratio, (agosto 1311)";
- "Responsio" (riguarda certi problemi concernenti la Regola francescana dopo che Giovanni XXII con la "Quia nonnumquam" del 1322 aveva tolto il divieto di glossarla);
- "Tractatus de altissima paupertate";
- "Arbor vitae crucifixae Iesu".

L' "Arbor vitae" è un'opera singolare per più motivi. Innanzi tutto per il brevissimo tempo, nove mesi e forse meno ancora, impiegato nella composizione; poi perché Ubertino vi gettò come in una fornace tutto il materiale che aveva a pro-pria disposizione: lezioni, piccoli trattati, "sermones", preghie-re. E tuttavia, ad onta della fretta e del materiale eterogeneo, l'opera riuscì unitaria in forza di una lingua latina sotto cui si vela il volgare, per lo stile personalissimo, rude e affinato insieme, per una inventiva che foggia termini ed immagini in continuazione quanto mai suggestive, e soprattutto in grazia del "pathos" - ebbrezza e sdegno ad un tempo spinti al massimo grado - che la pervade da cima a fondo. Il sospiro "Veni, domine Iesu" posto come sigillo al termine dello scritto è anche la migliore sintesi di tutta la composizione.


Paolo Rossi
paolo.r@sanfrancescoassisi.org



 
 



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